Era una notte buia e tempestosa Scrivere

Percorsi

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Seduti vicini, immersi nel silenzio. Intorno una generosa quantità di stelle, pianeti, nell'universo senza fine. La pace, in una mattina che presto sarà sostituita dalla notte, scaldata da uno dei tre soli che li circondano. Tutto senza tempo, oppure tutto così veloce da essere immobile? Non ha importanza, tanto che nello scorrere delle ore, minuti? non ha mai avuto senso qui tenere il conto del rapido mutarsi dell’universo che li circonda. Cosa ha mai avuto senso? Niente e lo hanno sempre saputo. E adesso che si trovano immersi in questo mondo fatto solo di cielo, atmosfera, terra arida, calotte lunari e soli dalle strane dimensioni, adesso forse arriverà il vero senso. Che poi si sa (l’autore l’ha già annunciato, sei tu, lettore, che ti ostini a non voler leggere bene e neanche troppo tra le righe), il senso non c’è.

“Ieri notte ho sognato di nuovo, è come se non riuscissi a lasciare del tutto il passato quando il tempo scorreva veloce e ci ostinavamo a voler vivere in un mondo fatto di regole, orologi e liste. Ero davanti al Palazzo dove ci siamo incontrati la prima volta, te lo ricordi? Tu sei arrivata con quella gonna a pieghe color salmone, eri tutta scompigliata dal vento e hai tirato dritto per poi renderti conto di aver superato sia me che il palazzo. Poi senza parlarci né sfiorarci, siamo rimasti muti davanti a quelle finestre finché quando il vento non si è alzato talmente tanto e i nuvoloni neri ci hanno minacciati, siamo andati a ripararci in quel caffè. Prima però ti ho presa per mano, mi è sembrato naturale intrecciare il mio palmo con il tuo, senza alcuna malizia, avevo la necessità di sentire il morbido della tua pelle. Dalla prima volta che ti ho vista, sfrecciarmi davanti senza renderti conto che ero io- tu e il tuo ostinarti a non voler indossare gli occhiali da vista- mi hai ricordato un film di animazione giapponese dove i protagonisti si incontrano e iniziano insieme un percorso nella pace assoluta di una piccola città nipponica.

Non abbiamo quasi parlato, in quel caffè, ci siamo scaldati con una tazza di tè mentre la barista era persa dentro chissà quale libro universitario dietro il bancone. Quando poi ci siamo salutati mi hai regalato un disegno (che avevi fatto una domenica pomeriggio di mesi prima mi hai confessato), io l'ho riposto con cura e conservato per anni nel mobiletto vicino al letto. Era un disegno a china, un’alternanza di forme e ombre.

Non ho mai avuto l’occasione di chiedertelo, a cosa pensavi mentre osservavamo il Palazzo? alla sua storia o alle emozioni che ti scaturiva? O forse, più probabile, la tua fantasia vagava? Ti attraeva, respingeva? Dove eri con la mente? Io avrei voluto tanto entrarci, esplorare le sue stanze, conoscerne la storia e ora te lo confesso, ci ero già stato, qualche mese prima ma volevo rivederla con te, ero curioso di sapere l’effetto che ti avrebbe fatto, cosa ne pensavi. La tua prospettiva. Avevo provato già a chiedere di visitarlo ma non sono ammessi estranei; chissà quante storie aveva da raccontare. E poi non so, l’atmosfera che ci circondava quel pomeriggio di maggio inoltrato, era surreale, perfetta per quell’ambientazione onirica.”

“Ricordo che battevo i denti dal freddo, quell’aria sferzante mi si infilava sotto la t-shirt e non riuscivo altro che a pensare alle mie mani che erano ghiacciate. Mi sentivo come quelle finestre, con lo smalto bianco che si stava disincrostando, con il vento che si intrufola attraverso gli spifferi. Facevo un pochino fatica a concentrarmi, tra la tua presenza, comunque ancora sconosciuta così vicino a me, il cielo che minacciava e il silenzio intorno a noi. Poi ho iniziato ad estraniarmi e a farmi domande: mi sono immaginata cosa ci sarebbe potuto essere oltre quei finestroni, un pavimento di marmo, con mobilia di fine 800, e una attempata lady inglese che si aggira per le stanze con i suoi due cani boxer? E il tè che si raffredda sul tavolo della sala da pranzo con un orologio a pendolo che scandisce i secondi che passano. Lei certamente vedova, purtroppo oppure semplicemente fredda e senza sentimenti per nessuno. Intorno, il rassicurante involucro della sua casa, i suoi pochi punti di riferimenti tutti racchiusi in un perimetro di finestre bizzarre e un piccolo giardino piuttosto trascurato.

Come mi sentivo? Tu forse non te lo ricordi, ma dopo pochi giorni mi hai chiesto se potevo sentirmi affine ad una struttura come il Palazzo, con quelle finestre dalle forme anomale e il tetto a spiovente o se mi potevo paragonare ad altro. Io ci ho messo un pochino a rispondere, avevo bisogno di sentire la tua domanda dentro di me (adesso un po’ mi conosci, ho bisogno sempre di lasciar sedimentare le sensazioni). La notte, poi, ho sognato. Una sorta di sonno allucinogeno nello stile Alice in Wonderland: era un continuo passare di casa in cortile, di palazzo in caseggiato e io mutavo con loro, camminando sui libri come fossero nuvole, scivolandone dentro per poi esserne inghiottita.

Quando mi sono svegliata ti ho scritto e chiesto di raccontarmi qualche tuo ricordo di viaggio (avevo bisogno di sentirmi confortata dopo quel sogno, che tu mi riportassi “per terra” o meglio, avevo bisogno di sentire “casa”). Tu c'eri e hai iniziato a parlarmi di quella settimana quando sei stato a Venezia, ci eri capitato quasi per caso invitato da non ricordo quale parente di tua madre, mi sembra. Mi hai parlato del tuo arrivo in quel giugno afoso, con lo zaino sulle spalle, dopo ore di treno, dell’odore di scarico dei vaporetti, del vociare in mille lingue, delle sciabordio, delle gondole. E subito perdersi tra i ponti, i cortili, la Venezia che avevi già fatto tua, l'unica che ti si infila sotto le ossa, ma solo se glielo permetti, la malinconia che non ti lascia, le calli, le case umide.

Mi sono persa nei tuoi racconti e non ti avevo ancora ringraziato, fino ad ora ma tra noi non c'è mai stato un eccessivo bisogno di essere espliciti. E adesso che me ne hai parlato ricordo il palmo della tua mano contro il mio (in realtà credevo ti fossi accorto di quanto avessi freddo e volevi essermi di aiuto), è stato morbido ed avvolgente come il tuo racconto su Venezia, una distrazione dal mio perenne senso di inquietudine."

 

 

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